Un’esperienza a Kedougou – Senegal

Un’esperienza a Kedougou – Senegal

Un Blog dovrebbe essere un diario dove si scrivono le proprie esperienze o dove poter condividere idee e anche informazioni. Dopo molti anni ho deciso di cominciare a riscrivere dei miei studi, le mie esperienze e i viaggi sempre fatti per amore alla mia professione che, a tutt’oggi muove continuamente le leve della mia curiosità.
Gli studi gemmologici sono stati portati avanti grazie all’amico e professore di gemmologia Dr. Costantini e a sua moglie che, oltre ad insegnarmi molto, ha avuto la grande pazienza nel condividere le sue esperienze di vita che ricordo tutt’ora con molto affetto.

I viaggi vengono da sé, a volte studiati a tavolino a volte come opportunità che non so perdere. Testimonianza di quello che è come mero scrutatore senza dover rendere alcuna considerazione o ragionamento forzato che viene fatto comunque nel proprio intimo. Ringrazio i compagni di ogni viaggio e gli amici nei vari Paesi che anche dopo anni si prestano a organizzare con dovizia il viaggio.

Un viaggio lungo la via dell oro

Partiti in aereo da Bologna con tappa a Casablanca per scendere a Dakar all’1.50 di mattina, due ore di fuso orario in più e una umidità importante ci accolgono all’aeroporto Léopold Sedar Senghor…….con nuvole di zanzare pronte alla colazione mattutina.

Il viaggio è stato preparato da tempo, auto 4×4, aria condizionata, guidatore esperto e naturalmente il personaggio che ci farà da tutor, quello che è riconosciuto come “quello che può” addentrarsi in certi villaggi. Un paio di giorni bastano per salutare amici e conoscenti, una valigia a testa basta per 3 giorni, 2 di viaggio e 1 di incontri. Il nostro tutor non vuole farci rimanere troppo, potrebbero nascere situazioni a volte non gestibili in maniera civile.

Quindi via, ore 6 si parte. Direzione Kaolack per poi girare verso Tambacounda e attraversare il parco Nazionale Niokolo Koba e come ultima tappa Kédougou. Arriviamo dopo 13 ore di strada, provati dal caldo e dalla stanchezza consapevoli di aver visto talmente tante cose in così poco tempo. Quattro tappe, ogni 200 km solo per soddisfare i bisogni primari, pulire la sabbia che si appiccica al parabrezza dell’auto, fare a mazzate con mosche e zanzare, stupirci (perché anche dopo 100 volte) quando vedi bus o auto che hanno sopra la capotte il doppio, se non il triplo, dell altezza dello stesso mezzo… a volte con capra e persona adagiata sopra a tutto!

Ogni tappa è un capitolo a parte, ogni momento lascia il suo perché. Abituati ad avere il necessario a portata di mano, quando non c’è, l’arte di arrangiarsi deve essere presente a darti una mano. Quindi come ad ogni viaggio porto con me quello che mi è più utile, utile anche anche per ingraziarmi il momento o sdebitarmi di una gentilezza. Così, può capitare di scambiare una bottiglia di acqua sigillata per un favore ricevuto o dare una baguette di pane ad uno sciame di ragazzini perché guardino l’auto senza toccarla.

Gli ultimi 200 km li facciamo attraversando il Parco Nazionale Niokolo Koba la strada sembra un nastro che taglia in due, ad un metro di altezza, la foresta bassa. Facoceri e scimmie la fanno da padroni, qualche piccola gazzella nel folto si scorge in lontananza.

Scendiamo a metà percorso, ci sono 47 gradi e i camion dalla targa rossa percorrono incessantemente questa strada. Sono i camionisti del Mali, dicono siano i migliori del Africa, raccontano su di loro leggende al limite dell’incredibile. Consumano avanti e indietro tra Mali e Senegal la route che presenta buche in cui un auto ci si perde dentro. Difatti optiamo per percorrere a tratti la pista che è ai lati della strada e alle 7 di sera ci troviamo davanti la città di Kédougou.

Fare una doccia, bere acqua quasi fresca (in auto le bottiglie scottavano) e mettersi lunghi distesi non ha prezzo… come recita una pubblicità famosa! Ore 9 di sera appuntamento con il nostro tutor che ci spiega che non c’è sicurezza su quello che ci consentiranno di vedere. Dipende da noi. Se sentiranno fiducia ci faranno andare al loro villaggio, altrimenti si torna indietro. Ottimo!

Negli anni ho sviluppato un senso che mi ha portato a risolvere situazioni a volte avverse, lo tiro fuori, lo uso al massimo…. è il silenzio!
Siamo in presenza di un ragazzo che viene da parte del villaggio, valuterà. Il nostro tutor parla, ci presentiamo e offriamo una coca cola (anche questa a volte serve) e ogni tanto sorrido, ogni tanto annuisco con la testa, ogni tanto faccio un rumore con la glottide come segno di comprensione ….. dai, è andata.

Ore 11.00: sono 3 ore che attendiamo il ragazzo, non si vede nulla all’orizzonte a parte il caldo che aumenta a vista d’occhio.
Una moto (cinese) in arrivo con 2 persone, il ragazzo scende, sale in auto e la moto riparte. Partiamo anche noi. 70 km verso il nulla in direzione Mali.

Il villaggio compare sia sulla destra che sulla sinistra della strada. All’orizzonte la montagna da dove scavano i cunicoli per asportare la roccia che poi verrà lavorata al villaggio ci dà il benvenuto. Brulla e rossa. Condizioni di vita per noi occidentali impensabili da affrontare, villaggio fatto di rami e strutture di legno, teli di plastica, intrecci di fronde e terra battuta. Dentro i capanni tappeti o stuoie, non c’è acqua e non c’è energia elettrica. Tutto si fa al fiume che dista 2/3 km e per l’energia elettrica chi può permetterselo, risolve con un pannello fotovoltaico dove immancabile il telefono e una radio hanno la supremazia su tutto.

Lavorano le donne sulla ricerca del metallo oltre che in casa o ad accudire i figli. Gli uomini di norma scavano, trasportano e scambiano beni e merci. Il villaggio non è organizzato come una struttura unica, ma ogni famiglia ha il suo capanno e si pulisce e organizza lo spazio attiguo, senza una logica particolare. Ai lati della strada sono presenti molte strutture di vendita tipo negozi, dal cibo al vestiario al materiale di lavoro. Tutto si vende o si scambia.

Anche il lavoro a prima vista non è strutturato in maniera organizzata , ma funziona in quanto ogni famiglia su ogni capanno ha il il proprio spazio adattato al lavoro, cioè cercare oro.

L’oro si trova nella montagna dietro il villaggio o sulla sabbia, quindi da materiale da scavo (montagna) o da materiale alluvionale (sabbia), ma viene anche dragato il fiume per raccogliere le pagliuzze.
L’organizzazione disorganizzata fa sì che si sono formate delle squadre che lavorano solo allo scavo della montagna, asportando tutto il giorno continuamente materiale roccioso che altre squadre mettono in grossi sacchi e, altre squadre, trasportano giù per la montagna fino al villaggio dove, una volta macinato, viene rimesso in altri sacchi per essere acquistati dai cercatori che se li portano a casa per il lavoro che dovranno fare su uno scivolo di legno ricoperto da una specie di moquette. Lo scivolo è poggiato su un bidone (vecchi bidoni di olio) pieno d’acqua.
Anche l’acqua viene acquistata, depositata al centro del villaggio su taniche da 25 litri. All’apice del bidone ci sistemano uno scolapasta di plastica con dentro questo materiale macinato e ci buttano l’acqua. L’acqua asporta la roccia macinata e deposita sul fondo le piccole particelle di oro che poi, verranno raccolte con maestria e con l’aiuto del mercurio bianco e fuse tra loro. Trattamento non proprio salubre per chi lo esercita.

Conosciamo così il signor Dj che è responsabile dei minatori artigiani di questo villaggio che conta circa 3000 persone. Ci spiega che quello che esce dal loro lavoro viene venduto per il 70/80 % fuori dal mercato locale. Lo portano loro nel Mali, che da lì dista 40 km e non hanno problemi di trasporto. Al contrario se lo dovessero portare a Dakar, come a volte qualcuno si avventura a fare, il rischio diventa elevatissimo. Ci racconta che un minatore è stato rapinato in corriera di 50 gr di metallo. Dj è una persona molto attenta e pesa quello che dice. Tutta la regione estrae circa 3000 kg anno e solo 500/600 kg di prodotto verranno venduti in Senegal.È riuscito a coinvolgere 17 raggruppamenti di donne che lavorano al setaccio. Ogni villaggio ha 200 ettari circa di territorio autonomo.

Mi fa segno che posso riprendere, mi chiede se voglio vedere i campioni, mi dice che non vuole che si vedano facce se la persona non lo consente….non rubare l’immagine. Segno di rispetto e autorevolezza.
Le immagini vi parleranno da sole. La signora Anta, che ci ha preso dopo in custodia parla perfettamente tre dialetti del posto, naturalmente il francese essendo stati colonia della Francia e un inglese che non ti aspetti. Lei è del Mali, ha 55 anni e ha vissuto per 35 a Bruxelles dove lavorava con il marito su un impresa di pulizie. Morto il marito, morto tutto. Ha la famiglia in Mali dove tuttora manda i soldi che guadagna. Li adesso, in quel campo lei ha tutto ciò che le serve. Ci dice che se non fosse così, sarebbe già morta di fame.
Ci fa entrare in casa sua, è divisa tra zona giorno e zona notte , ci fa vedere come lavora e che nei sacchi pieni di terra che ha acquistato senz’altro c’è oro. Anta è una persona fiera, ci offre addirittura una Coca cola e ci dice che la fatica è molta, ma che in Europa si stava peggio. Non aveva contatti col mondo esterno al lavoro. Le credo, è un concetto che ho sentito molto spesso in questi anni. La TV fa vedere ciò che non è. L illusione è forte. Mi sdebito con un rotolone di carta assorbente, si asciuga il viso, mi fa un sorriso da parte a parte. Ha gradito. Profuma di pulito, di odore diverso, bianco. Lo porta in giro con la delicatezza che si usa con un bimbo.

Torniamo all’auto, sempre 47 gradi, sempre 70 km per la agoniata doccia . La sera arrivano altre persone, vogliono sapere il motivo della nostra visita. Fanno parte di un organizzazione para statale, progetti che riguardano la messa in sicurezza delle persone che lavorano nel settore estrattivo del metallo. Sicurezza su come poter gestire un commercio che, se fosse organizzato in modo scrupoloso, porterebbe parecchi benefici nella zona. Ci sediamo e ascoltiamo. Ci sono tre tipi di insediamenti. Quello industriale, organizzato e sigillato. Quello artigianale rurale, che esiste da sempre, organizzato nei villaggi degli abitanti del posto e regolato dagli anziani. Infine quello artigianale, che nasce grazie all’agglomerarsi di persone che vengono da ogni dove, molte volte senza alcun documento e senza storia, regolato si spera dal buon senso.

Finalmente mattina, usciamo dal bungalow dove l’aria condizionata ci ha graziati, la notte ci sono comunque 35 gradi. La voce si è sparsa, altre persone chiedono di noi, sono sedute e attendono pazienti. Parlano con il tutor, chiedono cosa abbiamo da offrire, cosa siamo venuti a fare, vogliono sapere se siamo dei compratori o degli avventurieri. Ci raccontano di quando anni fa un bianco, ha lavorato come compratore acquisendo la loro fiducia. Mal riposta dal momento che si è fatto consegnare del metallo e non l’hanno più visto. 6 mesi di lavoro di un intero villaggio rubato. Non avevano più i soldi per acquistare i generi essenziali alla sopravvivenza.
Tutto il mondo è paese, bianchi che non si fidano dei neri, neri che non si fidano dei bianchi. Il tutor consiglia di partire, le brave persone, come le chiama lui le abbiamo già conosciute. Non è il caso di conoscere le brutte!

800 km di rientro, con una montagna alle spalle che accoglie nel suo ventre un metallo che a tutto dire, da ogni giorno il necessario per la sopravvivenza di interi villaggi. Sentimenti contrastanti e giudizi che cozzano ininterrottamente sulle discussioni animate che al rientro facciamo, tra le condizioni pessime di lavoro che noi europei non accettiamo, e la loro maniera di vedere la vita.

Forse è proprio questa la differenza. Per loro è semplice sopravvivenza.

 


A cura di Fabrizio Ferro

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